Felice Accame
UN RETROTERRA IDEOLOGICO PROPOSTO ALLA RIFLESSIONE DI FRANCESCO BIONDO, PITTORE
2017 - (In occasione del progetto "La Storia Dipinta)
poi pubblicato nelle "Edizioni del Centro Studi per l'Analisi del Linguaggio" Genova - n. 1, luglio 2021
1.
A proposito di particelle – elementari oggi domani meno -, il fisico Heisenberg fa notare che “ciò che osserviamo non è la natura in se stessa ma la natura esposta ai nostri metodi di indagine”(1) ed io vorrei aggiungere che questa consapevolezza dovrebbe essere ben presente non soltanto ai fisici ma a chiunque si dedichi a qualsiasi impresa con pretese scientifiche. Da lì, presumibilmente, deriva quella sua nota convinzione che se qualcosa la puoi disegnare è sicuramente falsa.
Qui, però, bisognerà intendersi. Pena il ricadere nel platonismo – cosa che ad Heisenberg non sembra fare né caldo né freddo, ma a me sì -, il vero e il falso non vanno considerati uno stato delle cose in sé e per sé, ma il risultato di un’operazione di confronto – o uguaglianza o differenza, in corrispondenza del vero (e del reale, sul piano di ciò che si designa) e del falso (e dell’apparente, sul piano di ciò che si designa). Pertanto – perché no ? – disegnare puoi, ma – come già Magritte quando ci dice che “ceci n’est pas une pipe” -,stando bene attento a non confondere i designanti con i designati e preoccupandosi, di volta in volta, di esplicitare i criteri di somiglianza, perché, volendo – senza tema di sbagliarci - “ceci”, correctment – checché ne pensi Magritte -, “c’est une pipe”.
2.
La pittura – credo lo dicesse anche Lalla Romano o Mary McCarthy –, allora, è sempre “astratta”, ma basta un minimo di dimestichezza con la sua storia per capire quanto e come tanti pittori abbiano sentito il bisogno da esentarsi da questa condizione irreversibile ma patita come un’onta da lavare. La “realtà” – nella teoria della conoscenza come al bar, perché no nella pittura – è sempre stata invocata a garantire il valore del prodotto. Da un certo momento in poi, il titolo ha dato una mano – orientando alla percezione e alla categorizzazione, guidando, governando, mascherando lo iato fra rappresentazione e rappresentato: “Natura morta”, “Il bacio”, “Il trionfo di Bacco”, “Homolaicus” o, ancora, “Ceci n’est pas une pipe” – rari gli immuni, ancor più rari quelli che storcono il naso o che si rifiutano. In pittura – nelle arti come nelle scienze -, chi, consapevolmente o meno, ambendone qualche briciola, sta dalla parte del Potere spaccia rappresentazioni per realtà, In “pittura” in genere, beninteso, perché l’istanza naturalistica s’insinua ovunque, “astratta” o non astratta che questa pittura si dichiari.
3.
A scanso di equivoci – per disambiguare al meglio il senso di partecipazione alle vicende umane che caratterizza l’opera di Francesco Biondo -, preferirei di gran lunga che, invece de “La Storia dipinta”, si parlasse de “La mia Storia dipinta” – dove il possessivo verrebbe a designare l’umiltà di chi, individuo, sa, perché la Storia la fa chi vince, di non potersi accreditare di un dominio collettivo mistificato e mistificante.
Nel selezionare un evento e nell’assegnargli una data – una sorta di acronimo dell’evento o, meglio, un contrassegno valido per ripescare il proprio nel guardaroba della Storia -, Biondo compie il massimo della sua personale sottomissione all’istanza naturalistica patrocinata dalla borghesia e dal processo di mercantilizzazione delle arti. Poi, sulla tela, si affretta a recuperare la propria autonomia di pensiero – e allora il colore tende ad emergere sulle forme e la parola si fa interprete della memoria.
4.
Capisco la guerra fra iconoduli e iconoclasti – ho preso atto da tempo con rassegnato avvilimento della vittoria dei primi -, ma al mio confronto, va detto, i secondi erano dei dilettanti. Quanto si legge in Esodo (20, 1-6) a me potrebbe anche star bene - “Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra” – ma, dall’esperienza che ho avuto del mondo, ho ricavato l’impressione che lo condividerei con pochi. Nel 726, quando l’imperatore Leone III Isaurico diede inizio alla caccia all’iconodulo – un accanimento che, per volontà di entrambe le parti in causa, durò qualcosa più di cinquant’anni, che aveva radici lontane e che rappresentò parecchio d’altro in un contrasto che, genericamente, potremmo ascrivere ancora una volta al rapporto tra Oriente e Occidente – combatteva la venerazione delle icone delle divinità e dei loro fiancheggiatori, beati o santi che fossero; metteva in pratica, cioè, un programma di minima rispetto ai dettati dell’Esodo. Ma la spuntarono gli iconoduli – e la storia successiva annoverò soltanto versioni molto “light” dell’iconoclastia: la proibizione di rappresentare il volto di Maometto nell’Islam, qualche iniziativa più fumo che altro in ambito di Riforma Protestante. Poca roba.
E sì che di occasioni per rifletterci su ce ne sono state. Nonostante consapevolezze varie – che l’arte, con la sua “originalità” valorizzante, era entrata nell’epoca della sua riproducibilità; che si era tutti a bagnomaria nella “civiltà dell’immagine” - il nocciolo della questione è rimasto intatto. Quanto l’idea di rappresentazione naturalistica abbia sostenuto l’abbaglio di una teoria della conoscenza – quella perennemente in cerca di una spiegazione del perché e del percome la copia che ci facciamo delle cose che starebbero fuori di noi corrisponderebbe o non corrisponderebbe alla copia che starebbe dentro di noi -; come l’immagine, viralmente, modelli i comportamenti meglio e prima di qualsiasi catechismo – come si costituisca a paradigma “dato” e, pertanto, trascendente la responsabilità del singolo -, come l’immagine, insomma, con la sua pretesa di copia costituisca uno strumento efficacissimo nel determinare la relazione tra chi comanda e chi obbedisce; tutto ciò è stato ed è perdonato, ascoso da un “velo di Maya” particolarmente pietoso. Come merce, l’immagine tira senza soste, alla Gioconda da tempo sono cresciuti i baffi, l’orinatoio di Duchamp costa molto di più di quanto costasse al suo stato di sanitario e il valore di scambio – apparentemente, per sempre - ha sepolto il valore d’uso.
5.
Di “Storia dipinta” ce n’è a iosa. Da Girolamo Induno (1825-1890) – con il suo Imbarco dei Mille a Quarto, il suo Garibaldi ferito in Aspromonte o la sua Battaglia della Cernaia – a Giovanni Fattori (1825-1908) – con il suo Garibaldi a Palermo -, da Eleuterio Pagliano (1826-1903) – con il suo Sbarco di Garibaldi e dei suoi Cacciatori delle Alpi a Sesto Calende – a Renato Guttuso (1911-1987) – con la sua Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio, dipinta addirittura nel 1955 – per la serie “Un Ottocento che non finisce mai”, è tutto un datario della più bieca retorica nazionalistica. Cui ben sta, allora, uno sberleffo come quello di Aurelio Caminati (1924-2012) che, tra il 1966 e il 1968 – in quell’anfratto storico in cui maturavano e presto marcivano coscienze critiche -, dipingeva un Da Quarto a Marsala – dove Garibaldi vestito da Garibaldi posava in cartolina “Souvenir”(2) insieme a Maria Grazia Buccella nuda – e La Berta del Barone von Krupp implorata da Teti – dove meticciava iperrealismo e art pompier della più bell’acqua con la più sontuosa delle Nereidi, portata via di peso da Dominique Ingres (1780-1867), protesa sguardo e braccio sinistro verso la fallocrazia imperiale. Ma – scegliendo tutt’altri codici e codificando in proprio: niente pose per i posteri, addio virtù guerriera, la nazione per quel vaso di Pandora che è - da tutto ciò Biondo si esenta.
6.
Anche Caminati, nel 1966, ha dipinto un 1.1.1918 dove Lenin sembra arringare le folle in puro realismo sovietico, ma che cosa sia accaduto in quel giorno – e che giorno sia stato quel giorno alla luce dei due calendari disponibili, quello giuliano e quello gregoriano – non mi è stato possibile scoprirlo. E comincio a pensare che l’abbia fatto apposta. Avesse scelto il 1.2.1918, ovvero uno dei tredici giorni cancellati dalla storia dell’Unione Sovietica in seguito all’adozione del calendario gregoriano e all’istituzione della settimana di cinque giorni, avrei anche potuto capire o, meglio, avrei anche potuto arrovellarmi sulla valenza simbolica del gesto, ma così, no. Biondo sceglie date come il 15 dicembre 2005 – la conclusione del processo di appello per la strage di Ustica -, il 13 ottobre 2006 – l’assegnazione di una scorta a Roberto Saviano -, il 20 agosto 1993 – la firma degli accordi di Oslo ovvero la definizione della “striscia rossa di Gaza” -, il 2 dicembre 2014 - la sentenza della Corte di Giustizia Europea per l’asilo politico agli omosessuali -, il 27 ottobre 1962 - in ricordo di Giovanni Ardizzone, una vittima della repressione poliziesca anti- operaia – o il 21 marzo 1931 – la data di nascita di Alda Merini, ma, a dimostrazione palese che i calendari di cui soffre non sono soltanto i suoi - dipinge anche un presuntissimo 29 dicembre del 1024 a. C. (a. C., non so se mi spiego) in cui un Davide avrebbe affrontato un Golia e, una volta tanto, ne sarebbe uscito più che bene. Così selezionando – e corrispondendo appieno, allora, alle scelte stilistiche che includono la liberazione dal vincolo naturalistico e dalle soluzioni retoriche relative -, Biondo prova a spostare il fuoco dell’attenzione sociale – da una Storia per grandi eventi canonizzati, la Storia Maestra di Vita di chi la insegna, ad una storia per grattacapi minuti, quella seconda storia dimenticabile perché vissuta da chi, subendola – subendola, perlopiù, nel ruolo di carne da cannone -, deve imparare la prima.
7.
Potrei metterla giù così: al mondo sembrerebbero fronteggiarsi più idee relative alla natura del tempo. Ci sono i mistici sproloquianti sul modello di Sant’Agostino che si accontentano di dire che a loro – basta non pensarci – cosa sia il tempo è chiarissimo, ma che se, poi, sono costretti pistola alla tempia a dirlo, cosa è il tempo, non lo sanno più. Ci sono i filosofi che, considerandolo qualcosa di indipendente da qualsiasi osservatore possibile, lo “ontologizzano” e, fra questi – si noti che ho detto “fra questi” – ci sono quei fisici che, per accaparrarselo, lo considerano come qualcosa di fisico, alla stessa stregua delle mele, delle pere e dei sassi scalciati dal dottor Samuel Johnson sperando (invano) di confutare, con ciò, le tesi di Berkeley. Poi ci sono anche quei filosofi che lo considerano un prodotto della nostra mente – e fra questi c’è anche qualche fisico. Ci sono, beninteso, anche quelli che a seconda delle circostanze lo considerano un po’ in un modo e un po’ nell’altro. E, infine, ci sono quelli – rarissimi – che considerandolo anch’essi risultato di operazioni mentali non si accontentano di dirlo, ma cercano anche un mezzo per descriverle, queste operazioni mentali e, magari, anche per ricostruirne la genealogia.
Gli esempi non mi mancano. A giudizio di un neurobiologo come Arnaldo Benini, i fisici – quelli cui per comodità pensa lui – lo considererebbero un “arcaico, obsoleto e ingannevole arnese mentale”, ma, invece, il tempo sarebbe “reale” e ne è ampiamente dimostrata l’”esistenza” tanto che la sua realtà “è la più reale del mondo perché senza di essa non ci sarebbe la vita”. E quando Benini dice “reale” intende qualcosa che può essere “compresso” o sulla superficie – superficie ? - del quale ci sarebbero delle “increspature”. A lui un fisico come Feynman che, alla domanda su cosa è il tempo, risponde che “è quel che succede quando non succede niente”, in fin dei conti va bene – e, non definendo né l’”esistere” né il “reale”, non può fare altrimenti; tira diritto come ha tirato diritto Newton allorché disse che non definiva il tempo perché era cosa “notissima” (“tempus, spatium, locus et motus, sunt omnibus notissima”, nella Philosophia naturalis principia mathematica). Il contrasto fra lo “spazio- tempo” di Minkowski e di Einstein – un qualcosa di fisico sul quale possono formarsi tutte le increspature che vogliamo e che possiamo espandere o comprimere a seconda di come dobbiamo far tornare i conti della teoria – e il “dato a priori”, ovvero la “condizione a priori di ogni apparenza in generale” ben sapendo che “l’ordine e la regolarità delle apparenze, che noi chiamiamo natura, siamo noi stessi a introdurli” – come lo voleva Kant -, è evidente (3).
Convinto che “ciò che chiamiamo ‘tempo’ sta dunque a significare innanzitutto un quadro di riferimento che consente agli uomini di un certo gruppo, e poi da ultimo all’intera umanità, di erigere, all’interno di una serie continua di cambiamenti del gruppo di volta in volta preso a riferimento, delle riconosciute pietre miliari, oppure consente di confrontare una certa fase di un tale flusso di avvenimenti con le fasi di un altro e molte altre cose ancora”, Norbert Elias, nel suo Saggio sul tempo, illustra i danni derivanti dalla fisicizzazione del tempo. Fra questi, la “tendenza molto diffusa ad ascrivere al ‘tempo’ delle proprietà che si riferiscono invece a quei processi di cui questo concetto rappresenta simbolicamente gli aspetti di mutamento. Diciamo infatti che ‘il tempo passa’, se vogliamo richiamare l’attenzione sui cambiamenti continui della nostra vita o delle società in cui viviamo”. E’ da questa svista che sorgerebbe il carattere feticistico del concetto di tempo rendendo fin “facile che agli uomini il ‘tempo’ sembri qualcosa che esiste indipendentemente da qualsiasi normazione sociale di sequenze di riferimento e da qualsiasi rapporto con specifiche sequenze di avvenimenti” (4). Volendo aumentare la dose – parlo dei danni della fisicizzazione -, si potrebbe anche prendere in considerazione tutto il potere angosciante di certe categorie negative come l’”infinito” e l’”eterno”.
Chi, consapevole della gravità di questi danni, ha cercato di rendere più convincente la tesi opposta senza limitarsi ad una petizione di principio, l’avrebbe potuto fare soltanto configurando un modello generale di quell’attività mentale che si chiamava in causa. E’ il caso di Silvio Ceccato e della Scuola Operativa Italiana da lui - con Vittorio Somenzi e Giuseppe Vaccarino - avviata (5). Riconducendo la “realtà” all’“insieme delle cose accertate”, ove l’accertare, lungi dal presumere la “certezza” della corrispondenza spaziale caratteristica dell’errore conoscitivista, “consiste nel prendere in esame anche ciò che nella percezione non rimane a far parte del percepito, ma viene lasciato fuori, figurando eventualmente come suo mezzo, sfondo, contesto e simili” (6), Ceccato definisce il “tempo” come una categoria costituita degli stati attenzionali costitutivi del “plurale” cui seguono quelli costitutivi della categoria di “cosa” – e, simmetricamente, lo “spazio” come la categoria di “cosa” cui segue quella di “plurale” (7). Ancora nell’ambito della Scuola Operativa Italiana va però ricordata la particolare soluzione proposta da Giampaolo Barosso. Già Thomas Mann, ne La montagna incantata, alla domanda “che cos’è il tempo ?”, sulle prime, aveva risposto: “un mistero; un mistero privo di essenza, inafferrabile e potente”, ma subito aggiungendovi “una condizione del mondo delle apparenze, un movimento congiunto e immedesimato all’esistenza del corpo nello spazio e nel suo movimento”(8), ma Barosso va al fondo della questione. Analizza il quadro categoriale che sorge in relazione ad un sé (davanti, dietro, sopra, sotto, alto, basso, vicino, lontano, prima, dopo, etc.) dotato di movimento, memoria e previsione, mostra come “spazio” e “tempo” vengano costruiti assieme – in una sorta di “coppia correlativa”, direi io, non dissimile per simmetricità dalla soluzione di Ceccato – e individua il “tempo” come una categorizzazione collettiva del passato (da “passo”, il passo dell’uomo che cammina), del presente (da “praesens”, dove il “prae” sta per “davanti”, più “ens”, “che è”) e del futuro (dalla radice latina “fu”, “creare”, “far essere”). Così, convertendo il mistico in operazionista, può permettersi perfino di correggere Agostino tramite Agostino medesimo: “E’ inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempo esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente è la visione, il presente del futuro è l’attesa”(9).
8.
La stessa genealogia del tempo ipotizzata da Barosso e incastonata nell’evoluzione del vivente sul pianeta non ammette alternative. Se ci sono state poche opportunità per l’iconoclastia – finanche nella versione all’acqua di rose di cui ci possiamo raccontare la storia -, nessuna opportunità potrebbe essere concessa alla mia cronoclastia. L’ingegner Taylor darebbe fuori di matto. Ogni forma di potere ha cercato di piegare la feticizzazione del tempo ai propri scopi. Non a caso riforme del calendario sono state oggetto di studio durante la rivoluzione francese e durante la rivoluzione sovietica, ovvero in momenti in cui si riassestavano le relazioni umane e le loro gerarchie. L’associazione di giorni e santi, la periodizzazione della storia – con i suoi sensi più e meno nascosti, con quel tanto di valori che implica –, la periodizzazione della nostra vita quotidiana – con i suoi sensi più e meno nascosti, con quel tanto di valori che implica – rispondono tutti ad una logica che pencola fra repressione e consolazione. Ossessioniamo e siamo ossessionati dai compleanni – a tal punto che abbiamo inventato uno strumento che, automaticamente, giornalmente, ci avverte di ogni scadenza. Festeggiamo a comando. Abbiamo anche inventato le nozze d’oro e quelle d’argento; viviamo nella pletora delle commemorazioni e non c’è giorno che non sia consacrato a questo o a quell’altro di socialmente nobilitato, c’è perfino un paradossale “giorno della memoria” – un trecentosessantacinquesimo di un tutto che prevede trecentosessantaquattro giorni di amnesia.
9.
Così come l’acronimo è la soluzione ideale per far dimenticare le parole che esprimono un pensiero, la data avvia alla concezione feticistica del tempo e vincola alla condivisione di una schema evolutivo. Fin da bambini la datazione ci perseguita come un sapere lasciapassare. La sola difesa disponibile è la consapevolezza relativa alla responsabilità di ciascuno di noi in ordine alla costituzione del tempo. In Tutti i nomi, José Saramago coglie il nucleo della mistificante relazione ordita tra le date e i nomi – i nomi propri, ovvero quelle designazioni che, vincolando ad un posto e ad un momento, consideriamo designare un valorizzatissimo irripetibile.
L’impiegato José si perde nel Cimitero alla ricerca di una tomba - “Il Cimitero Generale” (...) “un catalogo perfetto, un campionario, una sintesi di tutti gli stili, soprattutto di architettura, scultura e decorazione, e dunque un inventario di tutti i modi di vedere, di stare e di abitare esistenti fino a oggi”. Rimugina, si attarda, finisce che nel cimitero ci dorme o almeno ci prova e che, l’indomani mattina, sul presto, ci incontra un pastore. Al quale, il signor Josè, racconta della ricerca che l’angustia: rendere giustizia a qualcuno individuandone la tomba. Senonché il pastore gli rivela che tutto è inutile, perché lui, la notte, per un senso di giustizia ancora superiore, sposta tutto lo spostabile per il riconoscimento: “Vuol dire che quel numero è sbagliato, domandò tremando. Un numero è un numero, un numero non sbaglia mai, rispose il pastore, se lo portassero via da qui e lo collocassero in un altro posto, sia pure in capo al mondo, continuerebbe a essere il numero che è. Non capisco. Lo capirà, Per favore, c’è una gran confusione nella mia testa. Nessuno dei corpi che sono qui sotterrati corrisponde ai nomi che si leggono sulle placche di marmo, Non ci credo, Gliel’assicuro, E i numeri, sono tutti scambiati” (10). La sua morale – che non esito a far mia – è che “non c’è maggior rispetto del piangere per una persona che non si è conosciuta”. Come non c’è maggior rispetto per la vita – propria e altrui – del non inchiodarla, cosificata e misurabile, sulla croce del calendario.
Note
1 Cfr. W. Heisenberg, Fisica e filosofia, Il Saggiatore, Milano 1994, pag. 73.
2 Categoria dello spirito – campeggiante nell’alto che retoricamente le compete, centrata – che, all’epoca, gli venne insufflata da un felice momento di vena deculturale di Anna Oberto.
3 Cfr. A. Benini, Neurobiologia del tempo, Raffaello Cortina, Milano 2107, in specie pag. 17 e 41.
4 Cfr. N. Elias, Saggio sul tempo, Il Mulino, Bologna 1986, pag. 90 e pag. 126.
5 Per una storia della Scuola Operativa Italiana, cfr. i miei La funzione ideologica delle teorie della conoscenza (Spirali, Milano 2002) e Il linguaggio come capro espiatorio dell’insipienza metodologica (Odradek, Roma 2015). Cfr., inoltre l’Introduzione di Francesco Ranci alla riedizione de La mente vista da un cibernetico di Silvio Ceccato (Mimesis, Sesto San Giovanni 2017).
6 Cfr. S. Ceccato, La mente vista da un cibernetico, Eri, Torino 1972, pag. 90. 7 Cfr. ibidem, pag. 61. 8 Cfr. T. Mann, La montagna incantata, Dall’Oglio, Milano 1930, pag. 392.
9 Cfr. G. Barosso, L’uomo in cammino. Un appunto schematico su natura e origine di tempo e spazio, inedito, Vocabolo Brugneto, Montecampano di Forcole, febbraio 2006. La citazione di Agostino è tratta da Le confessioni, XI, 20, in rete.
10 Cfr. J. Saramago, Tutti i nomi, Einaudi, Torino 1998, pagg. 215-217.