Marcello Panzarella
ARTE INFORMALE NELLE OPERE DI FRANCESCO BIONDO
(In occasione della mostra “Tra Vecchi Monologhi e Nuovi Miraggi” al palazzo Osterio Magno di Cefalù - settembre 2000)
Mi sembra che l'arte di Francesco Biondo, nel suo insieme, e senza entrare nel dettaglio della sua formazione e cronologia, possa essere considerata come un esperienza interessante all'interno di quella corrente internazionale dell'arte, così varia e ampia, andata sotto il nome di informale, luogo in cui si sono incrociate, e ibridate, altre correnti “storiche" dei vari "ismi" del Novecento, come l’astrattismo, l’espressionismo, come per esempio quelle dell’arte povera.
Nell'arte di Francesco Biondo, d'altra parte, appare chiara, specie all'inizio, l’influenza del fumetto, che lui stesso ha praticato per qualche tempo con risultati che ricordo interessanti. Quest'influenza, che però non mi sembra durevole o consistente all'interno della sua esperienza, è evidente soprattutto in alcune strategie della composizione o impaginazione dei primi dipinti, e riappare ancora di tanto in tanto dove nelle sue tele si mescolano figure, che appartengono ad altri piani della realtà, piani metafisici, universi altri, o per meglio dire in-versi / intro-versi, che descrivono alcuni paesaggi della psiche, forse dettagli di dettagli.
Vengono alla mente alcuni paesaggi di Yves Tanguy, a mezzo tra marini e lunari, dove oggetti senza forma e senza nome proliferano in uno spazio onirico e spettrale, specialmente quelli delle composizioni degli anni ’30. Viene alla mente anche il Max Ernst dell’immediato dopoguerra, con alcune sue grandi e tragiche composizioni, come "l'Europa dopo la tempesta". Ma viene alla mente anche Joan Mirò, quello di “Pittura su fondo blu* del '27, o quello dei famosi “interni clandesi", nei quali non si può non ritrovare una vena che si riconnette in modo sotterraneo e inquietante ai primi fiamminghi ed ai loro fantasmi ancora medioevali, come le creature mostruose, infernali, di Hyeronimus Bosch, che ora conquistano tutto lo spazio disponibile, campendo superfici in cui, come finestre, si aprono altre superfici, tutte tappezzate di questi esseri mutanti, oggetti zoomorfi, mostri, chimere. Ma, per rimanere al riferimento di Mirò, possiamo anche pensare a quello degli anni ’60, che, dopo aver rotto coi surrealisti, si trova ancora più vicino ai modi dell’informale, della gestualità, della trascrizione automatica, dell’impulso, della sensazione. Modi, questi, che soprattutto caratterizzano l'opera dell'americano Jackson Pollock, l'inventore dell’action painting, ma anche del tedesco Wols, o dell'olandese-americano Willem De Kooning: Si tratta di un'esperienza dell'arte che esalta l'importanza della materia e del gesto, e che anche, talora, si fonda sull'idea di progettualità, e le dona valore L'opera d'arte è come un blocco di realtà a se stante del tutto differente da quella dell'esperienza quotidiana.
Guardando alcune tele di Francesco Biondo, questi suoi universi, non possiamo non pensare a dipinti come il “Moby Dick" di Pollok, o gli "Esseri sottomarini” una tela di Wols del 1939. Sono esperienze sulle quali s'innestano presto altre esplorazioni: ci riferiamo all’arte processuale, che esalta la presentazione dei materiali, oppure l'happening, che esplora il gesto o l'evento che irrompono nel tempo e nello spazio, oppure l'arte povera, per esempio quella di Mario Merz, che sperimenta con materiali non artistici, spesso naturali, e con oggetti comuni attraversati da sbarre di luce al neon, con cui si allestiscono installazioni che coinvolgono l'ambiente.
E mi pare che Francesco Biondo abbia preso a percorrere anche questa strada, e che, come un nomade - vada ora raccogliendo pezzi di realtà da riportare non so se in un loro più vero e altro universo, o da ricomporre in una sintesi della memoria dell'universo di tutti noi, ma naturalmente visto dal punto di vista di vista di una storia personale, di una genealogia, e di una terra che, attraverso i volti degli antenati, è forse la terra del suo ritorno.