Dante Caforio
Nell’ultimi mesi mi sono immerso nell’universo pittorico del mio amico Giancarlo, e ho scoperto con stupore un mondo sospeso fra futuro remoto e già disgregazione. I suoi dipinti non mostrano più rovine umane: l’uomo, nella sua forma contemporanea, è scomparso, vittima di un’evoluzione che ha oltrepassato sé stessa.
Toni purpurei e ocra formano cieli e suoli ignoti: pennellate puntinate, come se la luce stessa fosse frammentata nel telaio. Archi verdi, veri “tronchi” alieni, serpeggiano orizzontali e verticali, invadendo gli spazi e ridefinendo la geografia. Questi archi ricordano radici, ma sono costruzioni organiche: ramificazioni-vie che reclamano la superficie terrestre.
Al centro di questo scenario si muove una singolare creatura: Il Destriero Ricurvo, un capo allungato, zampe sottili e arcuate, un corpo rosso-arancio punteggiato di giallo: sembra un’antica montatura ancestrale, privata dell’uomo ma ancora portatrice di memoria. Si fa guidare non da un cavaliere, ma dall’istinto esplorativo: si destreggia fra le radici-archi in cerca di un cammino che sia percorribile, contemplativo e coraggioso.
Pur estinti nella forma biologica, gli uomini sopravvivono nell’anima di queste creature primitive-futuristiche. È un’eco di paure, di curiosità, di desiderio di scoperta: l’archetipo umano come impulso originario che, generazione dopo generazione di nuove specie, non viene mai cancellato.