dottoressa Valentina Basile
Dal catalogo della mostra personale
"Il sentiero degli dei"
La mostra “Il sentiero degli dei” inaugura una nuova fase del percorso pittorico di Lorenzo Basile. Il “periodo rosso” si avvia ad una lenta e languida conclusione, seppur mai definitiva. Tra il rosso e Basile non c’è mai un punto, una rottura completa, ma un arricchirsi progressivo dell’artista, che da un inizio saldamente ancorato al colore preponderante in tante sue tele – “Abissi”, “Alla ricerca di un orizzonte”, “Anima mundi” – si apre ad una tavolozza più varia, più equilibrata. Ugualmente audace, ma meno drammatica nei toni e nelle tensioni tra linee e colori.
Il sentiero che Basile attraversa è un sentiero verso l’astrazione. Innanzitutto i paesaggi -“Positano”, “Ravello”, “La città della gioia” - lontani dalla tradizionale pittura di genere e più vicini alla pittura di un ultimo Cézanne. Con la stessa volontà di osservazione della natura e del paesaggio. Se la montagna di Sainte Victoire ispirò Cézanne nel sancire inconsapevolmente l‘inizio della grande stagione del cubismo, qui città meridionali e poi italiane fanno da musa all’artista.
Riconducibile a Cézanne è anche l’utilizzo di una prospettiva multipla, che taglia le case e gli elementi naturali e li ricompone in un universo immaginario e al contempo concreto, dove solo la pittura può condurre.
Tuttavia, l’evoluzione naturale del suo spirito spinge Basile non verso il cubismo, come ha voluto la storia (dell’arte), ma verso l’astrazione. La sua trasformazione non può che essere espressionista. Dopo Cézanne, Kandinsky e la sua ferma volontà di lasciare “passeggiare” l’osservatore nei suoi dipinti. “Per anni e anni – dice Kandinsky - ho cercato di ottenere che gli spettatori passeggiassero nei miei quadri. Volevo costringerli a dimenticarsi, a sparire addirittura là dentro”. Una volontà che sembra trasparire anche dai quadri di questa fase pittorica di Basile.
I colori, completamente innaturali, fatta eccezione per il verde degli alberi stilizzati e per l’azzurro del mare (il colore più “spirituale” secondo Kandinsky), si fissano alla tela. Non c’è traccia di quel dinamismo tormentato che aveva caratterizzato le “opere in rosso”: a sostituirlo è la quiete di un mondo ideale e utopico in cui ogni cosa ha trovato il suo posto nella più totale armonia dell’essere. Ma si tratta di opere in costante evoluzione.
Le tele successive, infatti, si allontanano progressivamente dalle strutture cubiformi per lasciare spazio ad ampie campiture di colore. Esse dapprima vanno a delineare quegli spazi concettualmente più difficili da ingabbiare, come il mare o il cielo, poi si estendono a più vaste porzioni di dipinto (“Scorcio di Sarno”, “Venezia”).
Nel sentiero di Basile gli dei che lo conducono, le guide inudibili del suo cammino sono i colori. Dei di una spiritualità forse anche religiosa, ma sicuramente tutta kandinskiana, che rispetta la volontà interiore del colore nella sua applicazione sul supporto e nella sua collocazione accanto ai suoi vicini. Il risultato sono percezioni di colore e movimento sempre inedite, che spesso rimandano ad un’atmosfera di fiaba, di luogo sospeso, ameno, incantato (“Paesaggio al chiar di luna”, “La città sospesa”, “Il labirinto del cuore”).
Via via che si prosegue verso questo sentiero, i paesaggi fanno sempre meno riferimento a piccoli spiragli di natura e diventano sempre più emblema di una energia cosmica, universale, di una natura completa e totale che si riversa sulla tela, piuttosto che esservi rappresentata. I paesaggi diventano, così, sempre meno percorribili. Meno strade, più vortici che catturano e lambiscono lo sguardo.
Basile, tuttavia, forse allettato dalla aspirazione romantica all’opera d’arte totale, non si esprime soltanto attraverso il dato visivo, ma anche mediante la poesia.
La volontà di abbinare queste due espressioni artistiche, considerate da esponenti della poesia critica, come Baudelaire e Apollinaire, come le più alte forme d’arte esistenti, risiede innanzitutto nella ricerca mirata di conferire maggiore espressività al messaggio pittorico-letterario. Il binomio immagine-parola recitata o intonata, in effetti, è un mezzo estremamente seducente, usato sin dall’antichità e ancora oggi molto in voga nelle video-installazioni di artisti contemporanei. L’unione tra queste due forme d’arte, tuttavia, rappresenta anche il desiderio dell’io di esprimersi con tutti i mezzi che ha a disposizione, cercando di coinvolgere più organi sensoriali possibili.
Il lessico di Basile, svuotato di parole altisonanti o ermetiche, è ricco, invece, di parole semplici, della quotidianità, abbinate, però, secondo incastri perfetti, tanto da renderle icastiche. Basile dipinge anche con le parole. Le sue, infatti, sono poesie che evocano immagini. Il lettore vi si immedesima con facilità e ne viene immediatamente inebriato. L’esperienza sensoriale che coinvolge l’osservatore/lettore ne è, indubbiamente, potenziata.
Basile, quindi, è giunto ad una nuova fase del suo percorso pittorico. Ha cominciato a sporcare meno di rosso la sua tavolozza, rendendola più varia ed equilibrata. La stesura del colore diventa meno corposa e più fluida. La luce interna è completamente nuova, quasi abbagliante in alcune opere per un più vasto utilizzo del bianco o del giallo. Nelle sue tele colori tradizionalmente freddi come il blu ed il viola raggiungono la giusta quantità di tinta da risultare caldi ed accoglienti all’occhio di chi li osserva. I quadri di Basile non allontanano mai lo spettatore. Non c’è mai straniamento o inquietudine alienante, ma sempre una mano confortante che invita a viverli, anche quando questo significa accogliere simpateticamente il dolore dell’artista. Basile non si isola nel suo mondo pittorico, ma cerca costantemente l’altro, pone un invito, richiama con melliflua voce di sirena a intraprendere il suo sentiero di emozioni, esperienze, scelte, percezioni, visioni del mondo. In questo senso l’arte di Basile è sempre un’arte sociale.
Il sentiero degli dei, dunque, altro non è che un percorso con chiusura ad anello, una “ring composition” , come la si definisce in ambito letterario. Si parte dall’astrazione per arrivare all’astrazione, ma, così come non sempre i versi iniziali e quelli finali di una poesia coincidono, così l’astrazione di Basile, pur restando nella “etichetta artistica” di astrazione, non è mai identica. Attraverso questo sentiero interiore percorso dall’artista, la sua pittura si è rinnovata, depurata, svuotata del “diapason drammatico” (Kandinsky) e rinata a nuova espressione pittorica, più serena, ma sempre accattivante. Basile è approdato ancora una volta ad una sua personalissima visione di ciò che accade dentro e fuori di lui. La sua è una pittura di genere, ma, per usare un’espressione di B. Berenson, il suo genere è quello dell’anima.
Valentina Basile
critica d'arte