Dott.ssa Marcella Luzzara curatrice artistica
Torrazzo gonzaghesco
11 novembre – 10 dicembre 2017
di Marcella Luzzara
“Io vorrei, superato ogni tremore
giungere alla bellezza che mi incalza,
dalla rovina del silenzio, fonda,
togliere la misura della voce
e cantare all’unisono coi suoni;
stamparmi nelle palme ogni vigore
in crescita perenne e modulare
un attento confine con le cose
ov’io possa con esse colloquiare
difesa sempre da incipienti caos.
Vorrei abitare nel segreto cuore
centro d’ogni più puro movimento,
animare di me gli spenti aspetti
dei fantasmi reali e riplasmare
le parabole ardenti ove ogni grazia
è tocca dal suo limite. Variata
stupendamente da codesti incontri
numererò la plurima mia essenza
entro un solo, perenne,
insistere di toni adolescenti.
Nell’aperta misura delle ali
del più libero uccello,
nel vigore degli alberi,
nella chiarezza-musica dei venti,
nel frastuono puerile dei colori,
nell’aroma del frutto,
sarò creatura in unico e diverso
principio, senza origine né segno
d’ancestrale condanna.
E so, per questa verità, che il tempo
non crollerà spargendo le rovine
dei violati contatti alla mitezza
del mio nuovo apparire, né la sacra
identità del canto verrà meno
ai suoi idoli vivi.”
16 dicembre 1954
ALDA MERINI, Fiore di poesia
Le poesie di Alda Merini che mi si sono proposte, aprendo a caso la sua raccolta, mi sono apparse come una perfetta sintesi dell’arte e dell’animo di Manuela Chittolina, al punto che non aggiungerei commenti. Se invece rievoco le parole che risuonano con la sua arte queste sono: il timore, la bellezza, il silenzio, il caos da dominare, il cuore nei suoi segreti movimenti, i fantasmi, la grazia e l’ardore, i toni adolescenti, il mistero della natura, la musica dei venti, il frastuono dei colori, l’aroma dei frutti e dei fiori, la dimensione ancestrale del suo essere donna, la mitezza, la sacralità, la volontà di proporre le sue figure come idoli vivi.
Nell’opera di Manuela Chittolina colgo una profonda femminilità, che non esita a proporsi in termini anche sensuali, ma con mitezza e purezza, con figure che volgono le spalle allo spettatore, raramente lo sguardo, o magari attraverso lacrime che scendono dagli occhi chiusi. È come se lei viaggiasse alla ricerca di se stessa, invitandoci a seguirla, a farci catturare dal senso di profondo mistero che promana dalle sue opere. Sicuramente la sua pittura è onirica, come già è stata definita da altri critici, è ambigua ma non eccessivamente inquietante, perché capiamo che Manuela, attraverso la sua arte, gioca una partita con la sua parte più intima e col suo vissuto, col suo modo di rapportarsi alla realtà. Davanti alle sue opere viene da chiedersi quanti amori abbiano attraversato il suo cuore e la sua mente, non necessariamente il suo vissuto reale, quanto si sia interrogata sul suo cammino, con profonda sensibilità e malinconia. Per farlo ha scelto la materia e il colore, lo spessore della pittura, l’attenta sfumatura delle tinte, il dinamismo delicato delle pennellate, la preziosità degli impasti dove l’oro richiama l’arte di Gustav Klimt. In lei però il decorativismo è fuso in un amalgama dove dominano colori intensi come il nero, il bianco e il rosso, quei colori che alla fine della sua carriera Tiziano usava quasi esclusivamente, perché diceva che erano i colori con cui Dio aveva plasmato l’Uomo. Il segno e la pennellata corposa in taluni casi richiamano anche la dimensione espressionista di certi paesaggi urbani di Schiele, mentre i viali alberati e le figure non possono prescindere dalla pittura romantica e simbolista, come pure la materia sfatta di Bacon si palesa sul fondo.
La pittura di Manuela Chittolina ci propone enigmi, che devono rimanere tali perché in questo sta tutto il loro fascino. Per farli parlare uso ancora una poesia di Alda Merini, quasi in pendant con il componimento iniziale:
“Anche se addormentata nella strada
di un sogno, senza gemiti né voci;
anche se sola, paurosamente
distorta dalla vera e principale
vena di pura verticalità,
anche se assente dentro il lievitato
pudore delle palpebre socchiuse,
non tradirò le ceneri di un mito
che mi fu solo e identico. Serrati
nel centro del mio spirito i già mondi
segreti del passato hanno versioni
di pudiche allegrezze e il movimento
che potrebbe fluirmi nelle membra
è pari alla perfetta
grazia delle nature primitive.
Nell’orbita dei gesti non compiuti
nell’orbita del bacio,
celebro in sacrificio un malefizio
che al suo centro decede. Tutto quanto
tenta fermarmi è male, la fiducia
dell’esistere in me fu gioco ebbro
di mutamento…
Anche se addormentata, il mio costante
volgermi è ricco di rivelazioni,
il mio largo stupore è maturante
un attacco improvviso di perfetti
ignorati strumenti, la mia voce
prepara i toni della profezia,
il mio corpo ogni grado di scintilla
vitale, le mie labbra
la parola finale cui converge
il brivido del sangue.
Per questo attendo la felice sorte
di un’ora non umana, non uguale
a nessun’altra e sbocco di ogni limite;
un’ondata di tempo che sollevi
gloriosamente il gergo del passato
e lo riveli identico al mio cielo.”
25 dicembre 1950
ALDA MERINI, Fiore di poesia