Prof. ANDREA ROGNONI, presidente di Arte Nord e direttore del Centro delle Culture Lombarde
ANABASI E RECHERCHE OTTICA NELL’OPERA CHITTOLINIANA
L’acrilico della Chittolina è tutto teso alla ricerca di una valenza cromatica che trova nei paesaggi, pur trasfigurati (mare, fiori, campi, montagne), la sua apoteosi, giocata tra bruni e rossi , tra ocra e blu che paiono rinnegare la propria purezza per integrarsi in un più vasto e complesso amalgama.
Non a caso assistiamo nelle sue “Creazioni” ad una sintetica esplosione di colori.
Ma il colore appunto si configura come passaporto per il mondo dei sogni ( vedasi soprattutto L’Albero della Vita e Fusione di Materia).
Tanti i riferimenti alle avanguardie del Novecento, da Morandi a Bacon, ma la prospettiva a cui guarda la Nostra sembra alla fine preferire l’evanescenza di un tipo di figura e figurativo dai contorni sfuggenti, protagonisti o deuteragonisti atti a proporsi come veicoli forti di simboli
altrettanto onirici o, potremmo meglio dire, da dormiveglia, nel senso di una coscienza che
ha vissuto l’anabasi degli inferi inconsci ma ha saputo vegliare sui processi di ricostruzione del reale: la stessa Bagnante sembra torcersi in un impasto di vitalità che richiama la muta dilatazione del soggetto sognante che ritorna in Fantasie , Il Sogno ed Eldritch ; nonché in Pensieri, che sancisce un nuovo traguardo di sacrosanta cerebralizzazione ieratica dell ‘esperienza panica.
Ne Il sogno è l’Ombra junghiana a farla da padrona, sorta di vittima carbonizzata ( non è assente neppure la rubricazione dell’isteria criminogena contemporanea) pronta a riemergere ogni volta che
il nostro Io abbia bisogno di rimodellarsi in forma catartica, mentre in Amphora vince la sensazione della forma decomposta in un geniale rimando di specchi, forse indizio di un Graal che col passare del tempo ha dovuto fare i conti coll’ambiguità dello straniamento esistenziale.
Veli e fiori formano o generano macchie (vedi Strings) per ottundere la realtà in una sorta di processo allucinatorio di rara originalità.
La Fusione della Materia generata da questo tipo di pittura riscatta la grafica novecentesca rispetto
a quella tendenza ossessiva al fumetto che la ha caratterizzata, quasi come se Manuela, nella sua nobiltà di tratto che rielabora la spinta pop, ambisse a riconquistare la bellezza del mondo classico dopo l’ubriacatura provocata dal compromesso attuato dall’arte con i mezzi di comunicazione di massa.
Le labbra di Mouthfeel si librano nell’aria, i Petali rossi son particole del cuore e il profilo orografico de I Love Mountain acquisisce la struttura di un gigantesco sguardo.
Sul piano ottico la Chittolina lavora a favore della felice distruzione dei cosiddetti falsi contorni,
vedi Sea, dove spiaggia , cielo ed acqua finiscono per confondersi in una sorta di menu onnicomprensivo capace di rendere finalmente solo ciò che vede l’anima.
Una specie di recherche proustiana vige lungo il processo di decantazione che l’artista effettua
nei riguardi del campo oggettivo delle cose e delle movenze ; tuttavia non assistiamo mai, come per miracolo, all’appagamento di natura narcisistica, proprio per lo sforzo della Nostra di eliminare dal manufatto qualsiasi tentazione di carattere manieristico. In tal modo risulta impressionante la capacità di imprimere movimento anche agli oggetti più inanimati, permettendo così all’opera di continuare a vivere ed operare nella nostra mente, talismano magico di arteterapia.
Se al redde rationem deve alfine dominare un simbolo su tutti, non possiamo non rivolgerci a quelle grandi pinne che formano le montagne di “I love”, diventate esse stesse immani pesci pronti a divincolarsi dalle spire terragne del pianeta per proporsi come allegoria di un’esistenza lucidamente segnata dall’ansia di libertà, una libertà chiesta a livello territoriale, identitario ma anche dolcemente universale.
Così dal cuore della padanità, coll’opera della Chittolina si alza una voce antelucana, pioniera di un mondo più giusto e sobrio, capace di far intendere , pur senza falsa pietà, le ragioni del futuro.