ANGELO CRESPI

ANGELO CRESPI

C’è un quadro di Marina Corso che per la sua natura simbolica (ed estetica) suscita una serie di rimandi che squadernano la storia dell’arte. E che vale la pena evidenziare essendo, da un lato, tipico delle opere d’arte il carattere allusivo, cioè ogni opera allude anche in modo inconsapevole a una precedente, ed essendo, dall’altro lato, connaturato al simbolo, nel primo significato etimologico di “gettato con”, l’idea di una cosa che, appunto gettata, rimanda ad un’altra senza peròcircoscriverla interamente (un ponte che indica la riva opposta e non la raggiunge mai). Si tratta di un gallo, un semplice gallo, dipinto con una tecnica di cui diremo, in uno stile che potremmo definire, per il tratto, naïf e, per i colori, fauves. Un buon esempio di “arte primitiva”, cioè di quell’arte che consciamente o inconsciamente, tra fine Ottocento e inizio Novecento, pensava di tornare agli albori della civiltà e di riacquistare una genuinità perduta nell’avanzare del progresso. Un gallo che non può non richiamare alla mente, per esempio, il gallo di un pittore straordinario, da poco scomparso, come Giancarlo Vitali campione di una sorta di espressionismo lombardo che al pari – si parva licet – della Corso, amava il concretizzarsi della materia sulla tela. E nel più tipico modo degli espressionisti, egli prediligeva il colore come veicolo del proprio sentire, un colore straziato con cui i grandi artisti alla Chaïm Soutine dipingevano paesaggi e animali, perfino morti: impossibile dimenticare proprio di Soutine i quarti di bue squartati ed esibiti quasi eroticamente, che a loro volta non possono non richiamare agli occhi gli interni della “bottega de macellaio” di Annibale Carracci, come ci fosse una linea soprattutto coloristica che a ritroso risale dall’espressionismo, ai fauves, fino al barocco, estremo nel realismo, della scuola bolognese. Ma il gallo, per altri versi, nel suo essere simbolo cristologico di resurrezione, il cui sorgere sconfiggerà l’oscurità del male, rimanda a tutte un’altra serie di artisti e opere: “La notte” di Dosso Dossi, per esempio, dove il fiero animale del mattino è l’argine ai mostri degli incubi notturni; o ancora a tutta l’iconografia, guarda caso veneta e friulana, terra patria della Corso, presente nei mosaici medievali della basilica di san Marco a Venezia, dove è rappresentato il cosiddetto “funerale della volpe” con i due galli che portano infilzato l’animale simbolo dell’astuzia e dell’eresia; fino agli emblemi, con il “caveat” del gallo, tipicidi alcuni pavimenti musivi dell’epoca romana. Così per accumulazione, il gallo di Marina Corso acquista una profondità nuova, esso è l’epifenomeno di una persistenza millenaria: ed è solo una curiosità, sapere che la pittrice friulana, nel più puro spirito naïf ed ecologista, si è inventata la tecnica, detta “primitive-actual”, per cui rifiutando gli strumenti classici (pennelli e spatole), usa perstendere il colore solo strumenti trovati in natura (vegetali, piccoli frutti, legnetti…).

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