MARIA ANGELASTRI
Un paese sghembo.
A una visione d’insieme si respira un’aria da strapaese. Sarà forse una nostalgia, o la malinconia di un Sud disabitato, quella di Raffaele Ripoli? Certo è che apponendo la sua firma su ogni quadro, ne denuncia la
finzione, e ci fa stare davanti all’immagine come a dirci dell’impossibile ritorno a un mondo che non è più. Eppure la sua è una convinta affermazione, perché sì, quello è proprio il paese abitato dall’infanzia, che
ancora lo abita, come una sorta di ossessione a cui non riesce a sottrarsi. Ma le ossessioni si sa non lasciano che le si abbandoni, siamo noi a dover fare un salto. Potremmo dire “E’ proprio come nella realtà”, nell’immediata percezione
dei soggetti, per lo più paesi, con le loro case, i tetti, i campanili, le cupole, e tutto ciò che ordinariamente vediamo nel nostro Sud. Eppure, se guardiamo attentamente, dei piccoli borghi sgretolati dalla furia del nostro
tempo non resta che una astratta geometria, talora vibrante nelle sue cromie, talaltra volta a incrinare ogni illusione di stabilità. Come se in queste rappresentazioni si insinuasse una increspatura del supporto, che ci
fa vedere come la pittura sfugga, nonostante la verosimiglianza, alla planarità della tela, al suo destino di frammento di realtà da mettere in cornice. Come se alla ripetizione dei soggetti si opponesse l’affannosa
ricerca di un altrove che non resti sigillato nella voce ‘paese’, provocandoci ad uscire dal loop di quotidiane proiezioni (su ben altri schermi) che ci lasciano senza slanci o sorprese.
E allora? Siamo di nuovo di fronte al binomio finzione vs realtà, paese vs città, o si tratta di qualcos’altro? Per tentare una risposta occorre provare a immedesimarsi con lo sguardo del nostro autore. Ripoli si aggira tra i
borghi della Calabria, come aveva già fatto per le strade di Amsterdam, o a Firenze e Roma in cui si respira l’arte in ogni pietra, sagrato o strada, con la mano che prende appunti in un frenetico trascrivere la tettonica di ogni
forma, per offrire la più profonda comprensione del suo materiale, del suo significato, in un contatto vitale con il reale, che si fa ancora più stringente ora che la sua vita è a Sud, nel tempo (apparentemente) immobile della
provincia italiana. Ora la pittura gli è ancora più necessaria per non fermarsi alla superficie della realtà cui appartiene, e sentire i luoghi attraverso linee e colori, privilegiando il paesaggio come ‘motive’ di cezanniana
memoria. La sua è perciò una strana forma di anacronismo, dove anche la fedele, quanto primitiva, imitazione dell’esistente è pretesto per ricomporre un paese sghembo, dove il tempo è sospeso fra case
immobili come sentinelle e ombre di una umanità silente. Finanche nei suoi cosiddetti ‘omini’, c’è posto solo per tipi umani al limite del grottesco che si accampano sul piano come maschere di un graffiante
teatrino popolare, pronto a mimare un inaspettato dialogo tra commedianti. Così, nell’intervallo tra geometrizzazione ed espressione, ogni personaggio è ritagliato con bonaria ironia pur nella
sua definizione sociologica (prete comunista, varviere ambulante, fascista). Ripoli rivela un interesse per la forma/colore in una incessante sperimentazione sui fondamenti specifici della pittura, componendo e
scomponendo i suoi borghi tra terra, mare e cielo, saldando ogni segno alla sua vocazione simbolica. Perché il colore è materico come l’arriccio delle pareti imbiancate a calce del nostro Mediterraneo, i gialli e i rossi sono colpi di sole che
a mezzogiorno rende il bianco accecante e ci fa rasentare il limite di ogni muro. Se questo è uno spazio in cui le cose «sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto»*, forse allora sarà ancora possibile in un
processo di immedesimazione dire: “sono questo cielo, questa casa, questo mare…”, in una parola “sono questa terra” che mi ri-guarda.
* Montale, I limoni, vv.
[EUGENIO MONTALE, Ossi di seppia, Torino, Piero Gobetti Editore 1925]
MARIA ANGELASTRI
Bari - Matera, giugno 2023