Impressionismo archetipico; il mito di Miseno e Tritone.

di Ciro D'alessio

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Descrizione

Cramela Di Maro parla di questo dipinto e della mia pittura:


Accade, di tanto in tanto, che le mie ricerche di estetica si comportino

come delle vere e proprie rabdomanti e si ritrovino allineate

all'autocoscienza creativa del pittore Ciro D'Alessio. Si finisce così per

fondere le nostre narrative sul pensiero della forma, dello stile, dei

modelli, della critica e del valore mercantile, come non si fa più almeno

dal secolo in cui i raccapricciati si distinguevano dai pessimisti. Raro che

si riesca ad attingere l'uno alla fonte dell'altro nella pace

dell'orizzontalità, illuminandosi e ascoltandosi a vicenda, e che tutto

questo spiani la sensibilità quanto basta a scatenare la forza di una

fucina di idee, strappandole al pessimo gusto dell'Inutile di cascare sul

quadrante dell'orologio: per lui è sempre l'ora di punta e non c'è mai

niente da capire!

Ultimamente stiamo affrontando tematiche come la naturalità come

soggetto della pittura, l'anti-monumentalità nell'estetica contemporanea,

la randomenss creativa e la sua simulazione artificiale, la coesistenza di

verità e di bellezza, e soprattutto il tema della coincidenza di mito e

attualità.

In particolare quei miti che si prestano a riflessioni sulla vulnerabilità dei

diritti umani, sull'annichilimento della libertà e l'istanza all'ordine

dell'oppressione e della soppressione, a quelle espressioni della vita e

della morte (le condizioni ricreative del trauma, dell'imperfezione, del

fallimento, dell'incompiutezza) che risultano impoverite quando escono

da una impressione "a memoria" e più che sfuggenti nell'uniformità della

cultura di massa.

Il nostro desiderio è quello di condividere al più presto, in una diretta

social, le affinità che ci tengono legati e retroalimentano questi dialoghi

sull'arte pittorica e sul sentimento per la vita e per la sua deperibilità, e lo

desideriamo in alternativa alle logiche espositive correnti, come un

modo di offrire maggiore apertura e margine di intervento a più voci, le

vostre, che seguono l'artista anche sulle lunghe distanze, e che

potrebbero sentirsi soffocate o avvinte dalla verticalità con cui si

impostano i momenti dedicati alla coscienza della produzione e della

visione artistica in altri contesti. Non vogliamo che venga sacrificato il

confronto, convinti che la libertà di autodeterminazione sia una

prerogativa di autenticità verso quelle qualità che, poi, temprano, si

riflettono e custodiscono la riconoscibilità di uno stile.

Non a caso, la serietà con cui ironizziamo sul temperamento artistico di

marca bucolica, che investe le necessità espressive della sua tecnica e

proprio in un momento storico come il nostro; un linguaggio che

coinvolge molti, certo, per la plastica e l'intensità del colore, per la

fusione tra collasso e sospensione delle linee di forza nella

composizione della tela, per l'elasticità con cui si sottrae alla

presunzione di una figuratività e di una riduzione assoluta nel regno

della realtà pittorica, ma a mio avviso coinvolgente, se si considerano

soprattutto le scelte iconografiche che animano il suo stile; sono le

stesse che sfidano il rischio dell'aniconicità, a cui siamo legati a doppio

filo nel contemporaneo, che recrimina e, al contempo, continua a

performare una visione monolitica e standard, ma essenzialmente

aniconica di significato permanente, sopprimendo sfaccettature del

naturalismo che vengono così isolate dalla storia della pittura, pur

continuando ad essere anime integre e impattanti della realtà che

viviamo. In questa logica soverchiante e imbarbarita viene riformulata

anche la nostra capacità di presentire e sentire il mondo attraverso la

realtà della pittura, al di là delle etichette storiografiche, con cui ci si

orienta per dire: "questo è l'erede del pioniere dell'astrattismo", "questo

è il cugino stravagante degli ultimi romantici", questo è "il padre dei

padri dell'arte primivita". A questo proposito, credo non esista niente di

meno anticato e di più anticonformista di un temperamento

culturalmente simultaneo e polivalente nella forma, quanto lo stesso

mito, che, come una fotografia aerea, contempla il mondo così come ci

sfugge, pur essendo "dentro il nostro occhio in uno stato di colata

lavica". Ed è esattamente ciò che rende ipnotica la plastica del colore

nella pittura di Ciro, ed evoca uno stacco che svia un incastro

anestetizzante e definitivo tra figuratività e idealizzazione. Quella vena

"virgiliana", che è abbandono contemplativo, è integrazione di una

coscienza che va oltre la passiva imitazione di uno stato di natura

ammesso o concesso dalla ricerca di una perfettibilità unilateralmente

umana di comprenderla e di scavalcarla: non è il ripiegamento al

naturalismo classico, non è nemmeno il congelamento distaccato

dell'ipernaturalità dei nostri tempi.

Ecco perché reputo che, nel suo caso, la mitografia rientri in modo

coerente verso l'intensità e le intenzioni del suo temperamento stilistico:

lo ha scelto per narrare le attuali realtà umane, procedendo alle spalle

del rifiuto nichilista del mito e del sè, selezionando miti d'ambivalenza

sulla natura umana e la sua moralità, restituendo al mito ciò che ha

sempre fatto: riattualizzarsi nell'uomo.

I miti interpretati da Ciro D'Alessio sono contraltari dell' annichilimento e

dell' autosabotaggio esistenziale odierno, anche quando questo

significa muoversi contro un forte corredo d'idee, di consuetudini, tra

estremità ideologiche ed è ciò che, di contro, viene semplificato fino

all'indistinzione umana nell'arte che suggella, rende statica e fissa la

visione dei suoi presunti vertici di bellezza e dei suoi classici, ossia la

nostra contemporaneità. Quelli proposti da D'Alessio sono miti in cui

l'uomo si autodetermina, pur non essendo sempre centrato, orientato o

risolto dalla natura - personaggi che riconvertono il trauma, il fallimento,

l'inconcludenza, e persino la morte...-, e in questo c'è tutta la brillante

antieroicità per interpretare un personaggio, come Miseno,in piena lotta

contro le forze suprematiste del Creato (immagine in didascalia). Manca

al presente, e non manca al mito, l'avidità di futuro e il bisogno di

scavalcare limiti, suprematismi, oppressioni e rassegnazioni, che

mortificano l'essenza e la libertà umana, di cui sappiamo almeno quanto

ne sappiamo degli abissi marini. Il mito rivela le virtualità inesplose della

nostra natura. E proprio il bisogno di rappresentare virtualità inesplose e

di mantenere inviolata la promessa di non performare il sacro rende

magnetica e inconfondibile la sua visione naturalistica; e lo stile incarna

infaticabilmente questa ricerca caleidoscopica di verità: bello è veder

crollare la luce, sentir crepitare bene l'oscurità in forme di colore,

vederla in quel suo inabituale scatto nel cristallino.

Questo è l'uomo del mito, l'attualità del mito nell'uomo, che l'amico e

artista di punta della mia stilografica sta convalidando nella storia della

sua produzione e del suo temperamento stilistico, così come all'ombra di

un faggio partenopeo fece il poeta Virgilio...

Carmela Di Maro

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